Limoni Costa di Amalfi

La pianta di Limoni tra leggenda ed ambientazione

Il Limone non è solo il frutto ma tutto il complesso di fiore, frutto e pianta.

Le origini sono avvolte da un alone di mistero, anche il termine botanico del Limone, Esperidio, deriva dalla descrizione di una delle Dodici Fatiche di Ercole ma il luogo ideale dove ha raggiunto la fama è la Costa di Amalfi. Riconosciuta Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, per la mitezza del clima, per i panorami, il suo mare ma anche per le sue magnifiche coltivazioni sempreverdi, le “terrazze” di limoneti, costruite con pietre a secco poste una sull’altra a formare le “macere” e trattenere così il terreno, in un fondamentale assetto di tutela del delicato equilibrio idrogeologico delle rocce calcareo-dolomitiche a strapiombo sul mare.

La leggenda narra che il nome deriva dalle Esperidi, specie di mostri che avevano posto nel loro giardino un drago a guardia dei “pomi d’oro” (limoni) che Gea aveva regalato a Giunone per le sue nozze con Giove, simbolo ed augurio di fecondità. Ercole, quale undicesima Fatica, ucciso il terribile drago li rubò e con l’aiuto delle figlie di Atlante li portò ad Euristeo.
Molti studiosi hanno cercato il Giardino delle Esperidi per individuare così la patria dei limoni, dei “pomi d’oro”. L’ipotesi più credibile è che il giardino sia stato ai piedi del monte Atlante, in Marocco.

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Le origini del limone

La pianta del limone vive spontanea nell’Asia orientale, in una zona che comprende India, Indocina, Indonesia ed il sud della Cina.
Già i Greci e poi i Romani cercarono di risalire alle origini, una prima descrizione analitica è del greco Teofrasto di Ereso, nel IV secolo a.C., alla quale si rifanno anche i Romani. In effetti rappresenta la prima testimonianza scientifica, certa, degli agrumi, per cui il testo viene qui riportato integralmente:

Tutto il territorio situato ad oriente ed a meridione produce piante ed animali particolari: tanto che si distingue in Media ed in Persia, tra le tante altre produzioni, la pianta che viene chiamata Pomo di Media o di Persia. Questo albero ha la  foglia simile, quasi uguale a quella dell’alloro, porta aculei come il pero (selvatico) o delle spine molto puntute, più sottili e più robuste; il suo frutto non si mangia ma ha un odore squisito e la foglia di quest’albero è profumatissirna; se il frutto viene posto tra le vesti le preserva intatte (da attacchi parassitari). Il frutto è utile (per annullare gli effetti) come una pozione mortale e per correggere i djfetti dell’alito dal momento che, se qualcuno dalla polpa ne ricava un succo oppure un decotto qualsiasi e con questi sciacqua la bocca, giungerà ad ottenere un alito soave. Il seme va messo in terra in primavera in solchi preparati con la massima diligenza: dopo di che va irrigato per quattro o cinque giomi, quando la pianta ha preso un po’ di forza, va trapiantata sempre in primavera in un terreno morbido ed umido che non sia troppo leggero; così infatti lo preferisce. Porta continuamente dei frutti, alcuni che cadono perché maturi,  altri appena nati, altri vicini alla maturazione. I frutti nascono esclusivamente dai fiori che hanno al centro una specie di frutto dritto, perché i fiori che ne sono sprovvisti cadono senza produrre alcunché. Si seminano, anche, come le palme, in vasi di terracotta forata: questo albero come è già stato detto, è comune in Persia e nella Media” (Teofrasto, libro 4 cap.4).

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Il citrus: cedro e limone

Per gli antichi studiosi il pomo di Media o di Persia indica il Cedro. Anche i Romani, con Virgilio, intorno all’anno 30 a.C. (Georgiche, libro 2) e alcuni decenni dopo con Plinio il Vecchio, il più grande naturalista dell’impero romano (“Naturalis Historia”), fanno ampio uso del termine citrus. Tradurre però, citrus in Cedro è limitativo per cui è da intendere in modo estensivo, allargato, senza distinzione tra cedro e limone (differenza che fu stabilita solo dopo l’anno mille con un apporto della cultura araba). In precedenza erano considerati unico genere semplicemente perché non avevano usi differenziati, culinari o farmacologici, unica condizione che ne avrebbe sollecitato una definizione diversa:

  • il “cedro” non risultava coltivato fuori dalla Media e dalla Persia;
  • la sua utilità era quasi nulla, aveva solo un valore ornamentale;
  • non era commestibile;
  • aveva alcuni impieghi medicinali, come quello di rimedio anti veleni, sia sotto forma di pozioni che versato sui morsi di serpente.

Ciononostante sia Virgilio che Plinio, anche rifacendosi a Teofrasto, scrivono che non vi è coltivazione di “citrus” in Italia. Due secoli dopo, però, due autori latini scrivono della pianta coltivata e, come frutto, usato in Italia. Il primo è un cuoco, tale Celio Apicio ( III-IV sec. d.C.) che nella sua “Arte Coquinaria” parla del citrus per tre motivi:

  • per aromatizzare il vino
  • per conservare a lungo i frutti chiusi in vaso
  • per cucinare i cubetti della parte carnosa intermedia e mangiarli conditi col miele

Un altro autore, molto più importante, è Rutilio Tauro Euriliano Palladio, del IV secolo, nella cui opera (composta di un libro di carattere generale e di altri dodici, uno per ogni mese dell’anno), il cedro-limone è trattato con molto spazio nei mesi (libri) di marzo, aprile, maggio, luglio, agosto e novembre.
L’ampia trattazione ne evidenzia in maniera particolareggiata il sistema di semina od impianto (seme, ramo, glaba e talea), la coltivazione, la raccolta e tutti i trucchi utili a difenderlo dalle avversità, a dargli gli elementi necessari per la sua crescita, sistemandolo in terreni idonei e coperture riparatrici e, quel che è forse più importante, riferendo delle coltivazioni viste in Sardegna e nei dintorni di Napoli.

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Tre varietà: sfusato, femminiello, zagara.

Molti studiosi (Gallesio, Clarici) hanno fatto risalire, erroneamente, l’arrivo dei limoni in Italia da parte degli Arabi e dei Crociati intorno al X secolo.

Nel 1950, coi ritrovamenti nella Pompei sepolta dall’eruzione del 79 d. C. di festoni affrescati sulle mura dei fabbricati dissepolti (dove si notavano foglie diverse, pur tipiche del genere citrus, che sembravano appena raccolte) invece, il professore di arboricoltura della Facoltà di Agraria di Portici Domenico Casella già affermava che ai tempi della civiltà latina erano coltivati altre piante del genere “citrus” specie come cedro, limone, arancio e limetta.

Nel 1951, l’anno dopo, in Pompei venne portata alla luce “La Casa del Frutteto” (Reg. 1 ins.9 n.5), le cui pareti erano interamente dipinte con piante fruttifere di un accentuato verismo e naturalismo, tra cui due piante di limoni cariche di frutti, sicuramente limoni e non cedri (ctz. Prof. Maiuri: “appare indubbio che il tipo di limone citrino ovale ed umbonato era già trapiantato e acclimatato in Italia prima del I secolo d.C”).

Nel 1964 ulteriori conferme negli scavi della Villa Oplontis di Torre Annunziata. La villa, dotata di un peristilio con 38 colonne, aveva dinanzi a ciascuna di esse due vasi di cui uno coltivato a limoni.

Il prof. Casella con studi successivi sulle pitture e sui documenti (testimonianze figurative del periodo romano) concluse che nell’area del Vesuvio erano raffigurate varietà di limoni ancora oggi coltivate: il femminiello di Sorrento, lo sfusato di Amalfi, il lunario palermitano, il tunno o impalluggiato; inoltre, sul capolavoro dell’arte vetraria romana, il famoso “Vaso Blu”, rinvenuto a Pompei e conservato nel Museo Nazionale di Napoli, il prof. Casella individuò nei festoni e ornamenti vegetali altre due varietà di limoni: la peretta spatafora e la peretta maggiore.

La coltivazione del limone a metà del 1500

Queste coltivazioni discendevano dalla Liguria alla Campania alla Calabria e alla Sicilia, impegnavano l’arco ionico della Basilicata, interessavano l’intera Puglia e risalivano lungo il litorale adriatico fino Porto d’Ascoli e Fermo. Una particolarità era data dal Lago di Garda, dove, lontano dal mare, lungo i colli Benacensi, l’agrume era coltivato, ma come si vede non era la sola zona interessata ben oltre l’area climatica ottimale di coltivazione.

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L’innesto ad occhio!

Le coltivazioni in Costa di Amalfi si sono diffuse con un’ampia varietà grazie anche alla tecnica dell’ innesto, l’unica che consente di diffondere e riprodurre in purezza una varietà vegetale, che era ben conosciuta dai Romani, vedasi Virgilio: “… Ma non c’è solo un modo di innestare,  e si può innestare gemme ad occhio. Si pratica uno stretto e ben determinato taglio nel posto dove le gemme spuntano dalla corteccia rompendo la pelle sottile, vi si inserisce la gemma di un altro albero e la si costringe a crescere tra quelle fibre umide. Oppure si aprono tronchi dove non ci sono nodi e si apre con cunei una profonda spaccatura nel legno duro e poi si incastrano rametti di altre piante; non passa lungo tempo e un grande albero porta al cielo rami ricchi di vita e stupisce di avere foglie e frutti non suoi.”  (Georgiche, libro II, 73-83).

La riproduzione per innesto.

L’ innesto ad occhio era quindi già patrimonio tecnico del tempo.
Gli ebrei diffusero la pianta per seme, cosa indusse a preferire la pratica dell’innesto?

I caratteri varietali identici a quelli riscontrati negli Scavi di Pompei sono la dimostrazione che ciò è in stretta dipendenza di una sicura riproduzione per via agamica, quale deve essere stata quella per innesto, magari parallelamente a quella per margotta. Se si praticò l’innesto, anziché la riproduzione per seme, ciò è dovuto molto probabilmente al fatto che si intese riprodurre una pianta serbandone le sue caratteristiche specifiche e particolari. Tali e meritevoli cioè, di essere perpetuate nella loro integrità genetica, evidentemente, erano lo Sfusato d’Amalfi e l’Ovale di Sorrento.

Probabilmente già subito dopo al loro acclimatamento in Italia queste varietà si affermarono per un insieme di caratteristiche (maggiore resistenza ai freddi, portamento della pianta, fruttificazione abbondante, conformazione dei frutti).

Altro motivo per giustificare l’innesto è che già in quell’epoca forse si conosceva la maggior resistenza dell’innesto dei limoni sull’arancio amaro (cetrangolo).

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La prima coltivazione intensiva.

Nel VI secolo la Scuola Medica Salernitana diffuse l’uso medico del cedro-limone.

La coltivazione intensiva degli agrumi in Costa di Amalfi risale al 1600 in rapporto alla forte domanda di limoni e arance che veniva dalle navi che facevano scalo nel porto di Napoli e di Amalfi.

Il primo agrumeto razionale a coltura intensiva è in Massalubrense, contrada Guarrazzano. Fu realizzato dai Gesuiti, ed in loro onore il fondo si chiama “Fondo di Gesù”.

Limonicoltura: i contadini volanti

La limonicoltura in Costa di Amalfi ha produzioni ottime, con proprie caratteristiche peculiari: è situata ad una latitudine piuttosto elevata, quindi più esposta ai rigori invernali rispetto ad altre zone agrumicole italiane.

Il limone, più sensibile alle basse temperature, col clima più fresco consente una produzione più tardiva, in periodi dell’anno in cui l’offerta è carente del prodotto proveniente dalle zone più calde (Sicilia e Calabria). I prezzi dei limoni Costa di Amalfi e di Sorrento sono in assoluto i più alti per la tardività, la tradizionalità, ma anche per la qualità.

In assoluto la coltivazione dei limoni in questa zona è la più antica d’Italia.

Ha un valore paesaggistico notevolissimo, e buona parte del richiamo turistico lo si deve alle sempreverdi cascate di piante che, terrazza dopo terrazza, degradano verso il mare.

Oggi, può apparire un controsenso, è la forma di coltivazione più tradizionale, in cui è impossibile parlare di meccanizzazione degli impianti, con un rapporto Uomo-Pianta assiduo, diretto, praticamente immodificato dal tempo e immodificabile dalle condizioni logistiche colturali, con giardini ricavati rapinando spazio alla roccia, riportando il terreno a spalla e costringendolo in terrazze con mura ardite costruite pietra su pietra.

E’ la più vecchia, al limite, tra le coltivazioni. E’ così vecchia che può essere considerata “nuovissima”, all’avanguardia tra i sistemi economici di allevamento praticabili. E questi terrazzamenti, tenuti ancora insieme e coltivati, rendono un servigio incommensurabile, considerato il delicatissimo equilibrio idro-geologico che vanno a tutelare. Senza, è purtroppo immaginabile quali catastrofi potrebbero avvenire, e non stiamo solo parlando della perdita di valori paesaggistici unici, ma di ben altro.

L’agrumicoltura amalfitana e sorrentina invece sono, semplicemente, la storia. Antichissime, sono romanamente legate ad una terra amata. L’agrumicoltore di queste zone è costretto ad essere un operatore economico, perché non potrebbe essere altrimenti. Ma è un uomo del passato. Rimasto troppo indietro, che ormai è troppo avanti per altri, che saranno costretti a correre per raggiungerlo. In fondo la sua è un’arte nobile, mai decaduta, ferma nel tempo e lontana dalle cose.

Giardino di limoni Costa di Amalfi

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Caratteristiche organolettiche.

Acidità

Bassa, pH 3.2

Profumo

Intenso e dolce

Resa

Succo dal 30 al 40% del peso, scarsa presenza di semi

Buccia

Edibile caratterizzata da:

– limonene
– β-pinene
– γ-terpinene
– α-pinene
– geraniale
– nerale
– terpinolene
– β-bisabolene
– numerosi altri terpeni e sesquiterpeni

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