Mio limone di Raffaele Carrieri

I tuoi rami sono lunghe
mani di ragazze more
il cui polso garrulo suona
di verzicanti bracciali.
Il tuo profumo è una scala
di tondi e lisci gradini
che corrono a chiocciola
intorno alla luna.
La tua foglia è tre volte
verde come una verde
bandierina d’alga
di domenica siciliana.
Il tuo frutto ha sapore
di navigli nuovi
che prendono il mare
con risa fanciulle.

Ode al Limone, Pablo Neruda

Da quelle zagare
disfatte
dal lume della luna,
da quell’effluvio di un amore esasperato,
affondato in fragranza,
uscì
dall’albero il giallo,
dal loro planetario
scesero a terra i limoni.

Tenera mercanzia!
Si gremirono rive,
mercati,
di luce, d’oro
silvestre,
e aprimmo
le due metà
del miracolo,
acido congelato
che stillava
dagli emisferi
di una stella,
e il liquore più profondo
della natura,
intrasferibile, vivo,
irriducibile,
nacque dalla freschezza
del limone,
dalla sua casa fragrante,
dalla sua agra, segreta simmetria.

Nel limone divisero
i coltelli
una piccola
cattedrale,
l’abside nascosta
aprì alla luce le acide vetrate
e in gocce
scivolarono i topazi,
gli altari,
la fresca architettura.

Così, quando la tua mano
strizza l’emisfero
del tagliato
limone sul tuo piatto,
un universo d’oro
tu spargi,
un giallo calice
di miracoli,
uno dei capezzoli odorosi
del petto della terra,
raggio di luce convertito in frutto,
il minuscolo fuoco di un pianeta.